mercoledì 26 novembre 2014

Ciao ciao Pepè

In cinque anni José Mujica ha trasformato l'Uruguay, ma non il suo stile di vita modesto. Questo mese, però, l'uomo che si fa chiamare da tutti "Pepe" conclude la sua avventura alla guida del suo Paese, che gli vieta di ricandidarsi, perché è vietato farlo per due mandati consecutivi.

Eletto nel 2009, ora ha in programma di rimanere un senatore dopo le elezioni presidenziali del 30 novembre, quando si prevede verrà sostituito dal candidato Vazquez. Ma non c'è traccia di amarezza nell'aria che circonda la piccola azienda agricola in cui vive, a 20 minuti da Montevideo.
Mujica, infatti, aveva rifiutato di trasferirsi nella lussuosa residenza presidenziale, oltre ad aver devoluto il 90% del suo compenso, ovvero 12.000 euro al mese, ad associazioni caritatevoli. Ha preferito restare a 'Rincón del Cerro', tra vecchi barattoli di vernice trasformati in vasi da fiore, lo scodinzolio di Manuela, il suo fedele meticcio nero tripode, e i lavori dell'orto.
Ma tutta questa frugalità passa in secondo piano quando si parla della incredibile trasformazione economica e culturale che l'Uruguay ha compiuto sotto la sua guida.
"Abbiamo avuto anni positive per 'uguaglianza. Dieci anni fa, circa il 39% degli uruguayani viveva al di sotto della soglia di povertà; l'abbiamo portato a meno dell'11% e abbiamo ridotto la povertà estrema dal 5% ad appena lo 0,5%", spiega al The Guardian con orgoglio.
Sono aumentati anche gli investimenti, passati da circa il 13% del PIL di dieci anni fa al 25% attuale. E poi ci sono i parchi eolici:
"Entro il 2016 copriremo oltre il 30% del nostro fabbisogno energetico con fonti rinnovabili. Abbiamo approfittato del fatto che l'Europa era in crisi, e che alcuni progetti sarebbero più stati realizzati lì. Abbiamo iniziato a ricevere offerte per i parchi eolici a prezzi davvero convenienti".
Indimenticabile, in occasione della sessione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, lo scorso 24 settembre, il suo forte discorso in cui ribadì la necessità di puntare ad un mondo migliore: “Con il talento e il lavoro di squadra l'uomo può rendere verdi i deserti, coltivare il mare e mettere a punto metodi per usare l'acqua salata per l'agricoltura. Un mondo con una migliore umanità è possibile, ma forse oggi la prima priorità è salvare vite umane”, ha sottolineato Mujica.

Nei passati cinque anni ha anche introdotto i matrimoni tra omosessuali, legalizzato l'aborto (in America Latina è legale solo a Cuba e Città del Messico) e la vendita di marijuana, con lo scopo principale di reprimere il traffico illegale della droga. Ecco cosa ha fatto il "presidente povero", che si è sempre sentito il più ricco del mondo.
Roberta Ragni
 
FONTE: http://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/14924-jose-mujica-fine-mandato 

Quantitative Easing



Da Wikipedia:

Con alleggerimento quantitativo o facilitazione quantitativa (spesso detta in inglese Quantitative Easing, QE) si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte della banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico.
In caso di ricorso ad alleggerimento quantitativo, la banca centrale acquista, per una predeterminata e annunciata quantità di denaro, attività finanziarie dalle banche del sistema (azioni o titoli, anche tossici), con effetti positivi sulla struttura di bilancio di queste ultime. Convenzionalmente, invece, il controllo della base monetaria avviene con la vendita o acquisto di titoli governativi, in apposite aste.



Se tutto quello che avete fatto fino ad ora non è stato altro che dare un'occhiata ai dati dell’economia, allora potreste anche essere perdonati per aver pensato che l'economia globale stia cominciando a riprendersi, dopo la peggiore recessione che si ricordi a memoria d'uomo. Ma la realtà è piuttosto diversa.
Dopo i salvataggi del 2008, il casinò costituito dai mercati del mondo occidentale sono sopravvissuti sulla morfina costituita dalle migliaia di miliardi di dollari del Quantitative Easing (QE). Questa settimana, però, la Federal Reserve ha finalmente chiuso il rubinetto degli antidolorifici.

Le conseguenze della fine del QE sono probabilmente conosciute solo da quegli addetti ai lavori che hanno pagato per poterlo scoprire, e che stanno “badando alla mamma” (la Fed), sperando di poter fare una strage (un colpo grosso) (2).

Tornando nel mondo reale, il lavoratore medio britannico guadagna, secondo lo “Institute for Policy Research”,  5.000 sterline annue in meno rispetto al 2008. La frattura sociale creata fra “noi e loro” – che ha spinto il reddito reale delle persone più povere ad un meno 15% , ovvero sulla soglia della miseria – sta raggiungendo proporzioni rivoluzionarie.
Quando, nel 2008, sono cominciati i programmi di QE della zona euro-dollaro, il mondo della finanza custodiva alcune “sorprese”. Perché le Banche Centrali sono state costrette ad acquistare le obbligazioni e gli assets che il mercato, invece, rifiutava? Era la fine del libero mercato?
Le sopracciglia si sono aggrottate ancor di più al pensiero che il “denaro” che le banche centrali stavano usando per comprare quei titoli di stato, naturalmente in modo legale, veniva creato dal nulla.
A qualcuno sembrava decisamente un po' troppo che un pugno di falsari puntellassero un sistema finanziario che era già morto. Per il giornalista Max Keiser, nella sua satira sul mondo degli agenti di cambio, questa eclatante deviazione dalle regole equivale ad una forma di “terrorismo finanziario”!
Rowan Bosworth-Davis, già detective del team anti-frode di Scotland Yard, ha sottolineato che le pratiche sempre più “laissez-faire” della City di Londra cominciano ad integrare la definizione che a livello internazionale si dà del “crimine organizzato”.
Dai tempi dell'accordo post-Seconda Guerra Mondiale di Bretton-Woods, l'integrità del sistema monetario dominato dall’Occidente è stata lentamente (ma inesorabilmente) minata. In primo luogo nel 1971, quando il Presidente repubblicano Richard Nixon portò il dollaro fuori dal “gold standard” per finanziare la guerra in Vietnam. Più recentemente quando queste massicce iniezioni di denaro “magico”, effettuate attraverso i QE, ci hanno lasciato con delle "valute basate sulla fede”.
Sono poco più che illegittimi pezzi di carta, dei numeri digitati su uno schermo, manipolabili sulla base del capriccio di banche private alla deriva, sempre più lontane dalla portata dei nostri politici.

IL RAGNO AL CENTRO DELLA RAGNATELA MONDIALE DEL DENARO
Una banca che a Bretton-Woods si era deciso di chiudere per i finanziamenti che aveva accordato a Hitler, ovvero la BRI, Banca dei Regolamenti Internazionali con sede a Basilea, (3) ha continuato tranquillamente a regolare il sistema monetario globale.  Fanno parte del board della BRI i Governatori di tutte le maggiori banche centrali dell'Occidente.
Nonostante che la “deregulation” da loro deliberata abbia causato la crisi del 2008, ora hanno la faccia tosta di metterci in guardia sul fatto che un’altra crisi potrebbe essere in arrivo.
Proprio come George Osborne, membro del Bullingdon Club (4) e amico intimo di Nathan Rothschild, che va ospite nella villa di quest’ultimo a Corfù (presso la quale sono frequentemente ormeggiati gli yachts dei despoti di tutto il mondo) e che partecipa alle conferenze annuali del Bilderberg, anche la svizzera BRI  si trova esattamente nel luogo dove si prendono le decisioni (5).
I media occidentali raramente si intromettono … ed è un peccato, perché questi conclavi di interessi privati, che hanno luogo al di fuori dei riflettori dei media, sono gli ambiti presso i quali vengono prese le decisioni più importanti riguardo il nostro futuro.
Come la BRI ha lasciato intendere, la zona euro-dollaro non ha mai corso un così grave pericolo di crollo. Nel 1929 i governi avevano una sufficiente capacità d’indebitamento per poter uscire dalla recessione. Ma non adesso. Le analisi che troviamo sulla stampa mainstream sono offerte da coloro che hanno interesse a dirci che tutto sta andando bene. Sono persone pagate per dirci questo.
Il controllo del denaro è diventato una provincia dell’élite internazionale (è sottoposto, in altre parole, al suo controllo, ndt), che sembra non avere alcuna considerazione per i miliardi di persone che dipendono da questo sistema.
Non c’è più spazio per tutte quelle considerazioni di tipo morale, quale il divieto di usura o la remissione del debito, in un mondo dove l'unica legge, per l'elite,  è quella secondo cui “è lecito tutto quello per cui la si può fare franca”.

ANCHE LA CINA LIBERALIZZERA’ IL SUO SISTEMA MONETARIO?
Possiamo senz’altro affermare che i governi – che incassano le nostre tasse – gestiscono i loro paesi solo se controllano il loro sistema monetario. Le nazioni europee che nel Gennaio 2002 hanno aderito all’Eurozona hanno scoperto troppo tardi che la loro valuta coincide con la loro sovranità. Se il sistema bancario privato assume il controllo della vostra valuta,  potete anche far le valigie e andarvene da qualche altra parte.
Due anni fa il governo cinese ha annunciato di voler privatizzare, in parte, la sua Banca Centrale, e proprio questa settimana ha cominciato a farlo, aprendo il suo “sistema statale per la compensazione dei pagamenti elettronici” ad aziende private occidentali, come Visa e Mastercard. Anche la Cina, a quanto pare, sta soccombendo al fascino delle élites bancarie occidentali. Hanno capito il sistema meglio di chiunque altro, dopo tutto, e hanno scorte illimitate di denaro contante per pagare i lobbisti e gli esperti in grado di farsi strada in direzione del potere.
L’ossessione dei governi per la crescita economica, più che per gli altri indicatori sociali, ha comportato che molte preziose risorse siano state utilizzate per trasformare sempre di più tutto ciò che facciamo in una transazione finanziaria. L’assistenza all'infanzia, ad esempio, dopo che per un tempo immemorabile è stata fatta gratuitamente, ovvero solo per il piacere di poterlo fare, è diventata un’industria dal fatturato multi-miliardario.
La terra e le sue risorse, inoltre, sono un dono gratuito per l'umanità … ma in questo momento sta per essere “brevettata” finanche la vita stessa, come  è già avvenuto per la proprietà intellettuale. Sarà disponibile, in altre parole, solo ad un determinato prezzo.
Man mano che il peso del debito cresce, i governi hanno sempre meno soldi da spendere per i servizi pubblici, e la tassazione finisce per non servire più a niente, se non per pagare gli interessi su prestiti ormai inesigibili. I salvataggi ed i “balloning debts” (6) del 2008 hanno ucciso qualsiasi velleità di “far quadrare i conti”. E' solo una questione di tempo prima che una qualche nazione, da qualche parte nel mondo, non potrà più resistere ai creditori e si rifiuterà di pagare.
UN INCIDENTE NEI GIOCHI DI “GUERRA ECONOMICA” DI WASHINGTON DC
Quando la fiducia crolla – un qualcosa che potrebbe anche essere innescato da un incidente internazionale sbattuto in faccia alla popolazione tramite gli schermi della televisione – tutta la “casa di carte” del capitalismo potrebbe crollare. Tutto dipenderà, poi, dal fatto che coloro che si son meglio preparati per quel giorno abbiano o meno a cuore l’interesse pubblico.
Con le loro risorse illimitate, possiamo star certi che i banchieri centrali che siedono nel board della BRI hanno già accuratamente modellato (simulato), sui loro computers, la deflagrazione della più grande bolla del debito che sia mai esistita nella storia. Le decisioni che questi “maghi del denaro” prenderanno quel giorno potrebbero determinare se milioni di noi continueranno a vivere oppure andranno a morire.
È per questo che abbiamo bisogno di sapere con esattezza cosa c’era in gioco a Washington, quel Lunedì 13 Ottobre, quando si è riunita la Commissione della “Federal Deposit Insurance”.
Se gli eventi del passato ci hanno insegnato qualcosa, i banchieri si saranno limitati a sfruttare l'occasione per far rimbalzare i politici e la popolazione fra la schiavitù del salario e quella del debito. La promessa di Osborne di lasciarci condividere i risultati di questo gioco di “guerra economica”, comunque, non è ancora stata mantenuta.
I banchieri centrali seduti presso la “tavola rotonda” della BRI (in pieno stile “Mago di Oz”) agiranno per il bene dell'umanità o nel proprio interesse? Più a lungo dovremo aspettare, prima che i politici, i giornalisti ed i mercati finanziari riconoscano che questi debiti non possono più essere ripagati, più doloroso e mortale sarà lo scoppio della bolla.
I leaders politici ed i commentatori di tutto il mondo farebbero bene a prendere esempio dalla storia dell’Islanda. Non solo per mettere tutti quei  “contraffattori legalizzati” dei banksters (7) dietro le sbarre, ma per dire forte e chiaro che “il sistema monetario, più che porsi al nostro servizio, ci ha schiavizzato. Ed allora ci rifiutiamo di pagare un solo centesimo in più”.
Se tutto quello che avete fatto fino ad ora non è stato altro che dare un'occhiata ai dati dell’economia, allora potreste anche essere perdonati per aver pensato che l'economia globale stia cominciando a riprendersi, dopo la peggiore recessione che si ricordi a memoria d'uomo. Ma la realtà è piuttosto diversa.
Dopo i salvataggi del 2008, il casinò costituito dai mercati del mondo occidentale sono sopravvissuti sulla morfina costituita dalle migliaia di miliardi di dollari del Quantitative Easing (QE). Questa settimana, però, la Federal Reserve ha finalmente chiuso il rubinetto degli antidolorifici.

TRADUZIONE ARTICOLO "Si l'Italie sortait de l'euro"

 Se l'Italia uscisse dall'euro 19 novembre 2014. 

La possibilità di un'uscita dall'euro dell'Italia, uscita che potrebbe sopraggiungere alla fine della primavera 2015, è sempre più spesso evocata nella stampa internazionale prima italiana ma anche tedesca, americana e britannica 
il silenzio della stampa francese su questo punto risulta quindi ancor più assordante. 
Occorre allora comprendere perché il processo di distruzione dell'euro potrebbe cominciare proprio dall'Italia e quali sarebbero le conseguenze per la Francia. 

Una situazione divenuta insostenibile. È chiaro ormai che la situazione dell'Italia è' divenuta insostenibile a causa della moneta unica.
Dopo la crisi del 2008, l'Italia è caduta in una situazione di stagnazione del suo prodotto interno lordo, che sembra perfino più grave di quella che conosce oggi la Spagna.
La situazione è particolarmente critica se guardiamo come sta andando la produttività in Italia confrontata a quella dei suoi concorrenti della zona euro dopo il 1999. 
Si constata che l'Italia risulta essere indietro e non soltanto in rapporto alla Germania la Francia ma perfino in rapporto alla Spagna. Tuttavia in questi paesi la chiusura di numerose imprese ha indotto la scomparsa dei mezzi di produzione e da qui può si può direttamente spiegarsi il guadagno in produttività come effetto della contrazione della produzione.

In realta' le discussioni con i consiglieri economici del governo Renzi mostrano come questi ultimi siano ormai molto pessimisti riguardo all'avvenire economico del paese. Essi considerano che, salvo un'improvvisa svolta nella politica economica della Germania quest'inverno, l'Italia non avrà quasi altra scelta che lasciare l'euro verso l'inizio dell'estate 2015.
Notiamo d'altra parte che il movimento cinque stelle di Beppe Grillo chiede un referendum sull'euro e che questa idea sta guadagnando terreno negli ambienti politici italiani. 

L'Italia intrattiene una larga parte del suo commercio estero (il 55% del commercio di beni e quasi il 64% contando i servizi) coi paesi della zona euro.
S capisce allora che la caduta tutta relativa dell'euro rispetto al dollaro non le dia nessun vantaggio.
L'economia italiana soffre in realtà di un problema di competitività all'interno della zona euro. 

Le conseguenze per la Francia. 
Se l'Italia dovesse dunque prendere questa decisione le conseguenze sarebbero importanti anche per l'economia francese. 

A causa di una specializzazione paragonabile a quella dell'economia italiana non è quasi possibile per la Francia restare nella zona euro se ne esce l'Italia e viceversa.
Ma questa realtà economica rischia di confrontarsi alla testardaggine di un governo paralizzato dalla paura di vedere la sua strategia politica che affonda proprio in questo momento. Bisogna ripetere qui che non ci sarebbe niente di peggio per la Francia che restare in una zona euro che sarebbe allora ridotta soltanto a una zona del marco.
Se uno dei grandi paesi dovesse sortire  uscirne, e in particolare l'Italia che costituisce la terza economia della zona euro, il trauma sulla competitività sarebbe assolutamente catastrofico per l'industria francese.
A partire da qui bisogna riflettere a questa situazione e domandarsi se questa non offra in realtà un'importante opportunità per l'economia francese. 
Se la Francia e l'Italia escono insieme dalla zona euro, questo coinvolgerà a breve termine anche l'uscita della Spagna, del Portogallo, della Grecia e del Belgio. In effetti si comprende immediatamente che la Spagna, indebolita da tensioni politiche profonde,  non potrebbe restare nell'euro se ne uscissero l'Italia e la Francia. Ora un'uscita della Spagna coinvolgerebbe immediatamente q
il Portogallo e dopo questi quattro paesi la Grecia non avrebbe più ragione di restare nell'euro.
Tenuto conto dei suoi legami con l'economia francese e' dunque molto probabile che anche il Belgio dovrebbe seguire sia pure dopo qualche settimana di esitazione. Un'uscita dell'Italia provocherebbe dunque la totale dislocazione della zona euro e, in questo caso, anche la Germania potrebbe molto probabilmente tornare alla sua moneta.
Questo scenario, invece di essere una catastrofe,  apriirebbe immediatamente delle nuove opportunità e in particolare la possibilità - una volta ristabilite la parità delle monete di questi paesi - di ricostituire un vero blocco commerciale. Quest'ultimo non dovrebbe fondarsi su una moneta unica, dunque un euro del Sud di cui abbiamo già avuto occasione di dire che implicherebbe un fortissimo impoverimento dell'Italia e della Spagna, ma dovrebbe piuttosto fondarsi su delle regole di covariazione dei tassi di cambio, dando per scontato che le parità rispettive dei paesi del blocco potrebbero essere riviste in maniera regolare (cioè tutti gli anni) 
in modo da tener conto dei diversi andamenti della produttività. 
Conviene dunque sorvegliare da vicino l'evoluzione del dibattito in Italia nei mesi che verranno, 
e soprattutto del modo in cui la stampa francese, sulla quale ahime' non ci si fa quasi più illusioni, ne potrà dar conto. 

Un’altra moneta è possibile di Irene Bertana

da http://comune-info.net/2014/04/unaltra-moneta-e-possibile/

Il denaro creato dagli Stati nazionali serve a favorire l’accumulazione, in un’ottica di crescita. Le monete sociali dimostrano invece che una moneta può essere creata dal basso e contenere altri valori. Finchè una moneta sociale è collegata a un piccolo territorio, però, non rappresenta quasi mai una minaccia per lo Stato, potenzialmente può tuttavia avere un potere dirompente nella rottura di logiche capitalistiche. Intervista a Ricardo Orzi, docente all’università di Buenos Aires
 
Una delle storie dell’altro mondo successe in Argentina sono le enormi esperienze di baratto e la creazione di monete sociali sorte alla metà degli anni ’90. Un’altra espressione della composita galassia dell’economia solidale, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa con Ricardo Orzi, docente dell’università di Buenos Aires e curatore del libro La moneda social como lazo social‘, che analizza il fenomeno delle monete sociali con attenzione alle esperienze sorte negli ultimi anni o che sono durate nel tempo, e sviluppa alcune riflessioni sull’origine e sulla diffusione della moneta.
Come si può definire una moneta sociale? 
La definirei come un accordo tra i componenti di una comunità su di un mezzo di pagamento, è sociale perchè radicata nel territorio e ha come obiettivo la circolazione, lo scambio e lo sviluppo sociale della comunità. Le monete sociali, inoltre, abbattono la distinzione tra produzione e consumo: tutti producono, scambiano e consumano, diventando prosumidor, (in italiano consumattori).
Come nascono le monete sociali in Argentina? 
Il baratto, trueque, inizia a diffondersi in Argentina con la crisi, intorno al 1995, in un periodo di drammatica disoccupazione. Le monete sociali sono un fenomeno anticiclico, sorgono spesso in momenti di crisi. Iniziano a diffondersi mercati in cui le persone scambiano ogni tipo di bene e presto emerge la necessità di creare monete per facilitare questi scambi. Si creano tre grandi reti di trueque, che permettono il sostentamento di 1.500.000 famiglie, fino al 2003, periodo di crisi in cui le monete sociali vengono abbandonate.
L’origine quindi è collegata alla necessità più che all’ideologia…
Sì, questo è tipico delle esperienze dell’America Latina, in cui si parte da uno stato di necessità e la riflessione critica e l’azione politica nascono successivamente.
Quali sono i motivi della crisi del trueque? 
Con il 2001 e con l’acuirsi della crisi c’è un forte e repentino aumento della dimensione dei mercati. Diventa difficile controllare alcuni fenomeni. Per esempio l’aumento delle attività rende necessario un’ulteriore emissione di moneta, ma in alcuni casi la sovraemissione porta ad un aumento dei prezzi. Si verificano inoltre episodi di falsificazione. Tutto questo incrina la fiducia nelle monete sociali e la mancanza di gestione di questi problemi abbatte la fiducia e determina il loro abbandono.
E io che pensavo che fossero state abbandonate con la fine della crisi economica! È esattamente il contrario…
Sì, non c’è stata la capacità di gestire l’espansione del mercato e mantenere il carattere sociale di queste monete. La fiducia è essenziale per l’esistenza di una moneta, che senza fiducia torna ad essere un pezzo di carta. Infatti le monete sociali che hanno saputo controllare meglio questi fenomeni sono soppravvissute. E noi le stiamo studiando, per dimostrare che non sono un fenomeno contestuale ad una crisi, destinato ad estinguersi. Basti pensare che nel mondo, ad oggi esistono tra le 4000 e 5000 esperienze di scambio locale non basato sulla moneta corrente.
Wow! E qual’è il loro rapporto con l’economia capitalista?
La loro esistenza non fa che provare che l’economia è mista. In un sistema convivono diverse logiche: come dice Polanyi i rapporti tra economia e società possono essere regolati dallo scambio di mercato, dalla redistribuzione e dalla reciprocità. Le tre logiche coesistono, ma solitamente una prevale sulle altre. Penso che siamo in un periodo di transizione dal capitalismo ad una forma in cui la reciprocità e lo scambio solidale avranno un ruolo più importante, ma le transizioni sono lunghe, bisogna esserne consapevoli e non scoraggiarsi. Basti pensare che la transizione dal sistema feudale al sistema capitalista è durata qualche secolo!
E il rapporto con le monete ufficiali?
Sono la dimostrazione della neutralità della moneta. La teoria economica neoclassica ci racconta la favola della moneta creata come mezzo di scambio, che supera i problemi legati al baratto. Ma gli studi di antropologi come Strauss, Malinowski e Mauss dimostrano che la moneta esisteva a fianco del baratto, con una funzione sociale, legata al prestigio più che allo scambio. La teoria neoclassica inscrive nella moneta una serie di caratteristiche. È creata dallo stato nazionale, volta all’accumulazione, in un’ottica di crescita. Le monete sociali dimostrano che una moneta può essere creata dal basso e contenere altri valori. Finchè una moneta sociale è collegata a un piccolo territorio non rappresenta una minaccia per lo stato, ma potenzialmente può avere un potere dirompente nella rottura di logiche capitalistiche. Io sono dell’idea che la moneta sociale sia un’istituzione necessaria nella transizione verso un’altra economia.
Questo è un estratto delle tre ore di chiaccherata con Orzi grazie alle quali ora sappiamo un po’ di più sulle monete sociali, abbiamo aggiunto due libri al nostro bagaglio (sia culturale che materiale), siamo andati a dormire con un po’ più di speranza e ci siamo ripromessi di ritornare presto sull’argomento.