martedì 27 gennaio 2015

Chiedete scusa a Greta e Vanessa


Vanessa e Greta. Su di loro sono state scritte centinaia di cattiverie. Quando è stata divulgata la notizia della loro liberazione la maggior parte dei commenti riguardava insulti, per lo più sessisti, infamie, illazioni. Qualcuno le ha chiamate “stronzette”. Qualcun altro ha scritto che sarebbero andate laggiù per “farsi scopare”. C’è chi ha divulgato immagini sessiste. Chi ha stabilito, senza che vi fosse conferma, che sarebbe stato pagato un congruo riscatto.
C’è chi, all’estrema destra, ha messo sullo stesso piatto della bilancia la crisi, i poveri diseredati, i disoccupati e queste due ragazze; oppure c’è chi semplicemente rimprovera a queste ragazze la scelta di fare quel viaggio per realizzare solidarietà, un progetto di cooperazione internazionale e così, di gogna in gogna, l’odio che circola sul web, si sostanzia in accuse, risentimenti, voglia di linciaggio, che hanno in fondo una sola derivazione: se la sono cercata!

A pronunciare queste frasi, parole offensive, sono quelli che fino a ieri urlavano Je suis Charlie.
Sono gli stessi che si straccerebbero le vesti quando sentono parlare di violenza sulle donne da parte di un rom o un nero. Sono persone che a mio avviso nutrono i propri ragionamenti di un filino di pregiudizio razzista e di islamofobia. Persone che rimproverano ad altre culture l’oppressione delle donne e poi insultano Vanessa e Greta, dall’alto della propria civiltà, perché sono uscite di casa e invece che pensare a farsi una famigghia e a figliare hanno deciso di partire per portare pace in un luogo di guerra. Diverso sarebbe stato se le due fossero stati due uomini, militari, avvolti nel tricolore, orgogliosamente patriottici e con spirito colonialista. Invece Vanessa e Greta non volevano colonizzare nessuno. Erano spinte da nobili ideali ed ecco come si riduce volgarmente il desiderio di due donne di fare qualcosa di buono per tentare di cambiare le cose.
Poi non ditemi che in Italia la gente è più civile. E non venitemi, per cortesia, a parlare di Islam.
Chiedete scusa a Vanessa e Greta. Facciamolo tutti. Perché ora basta così. Non vi pare?

La Banca Centrale Europea annuncia il programma “moneta facile” per 1.14 trilioni di euro


La Banca Centrale Europea ha annunciato che inizierà un programma di facilitazione quantitativa (QE; quantitative easing) che ammonterà fino a 60 miliardi di euro al mese. La mossa è fatta per contrastare la ormai tripla recessione dell’eurozona.

Draghi ha detto “Attraverso questo programma, l’acquisto mensile combinato di beni pubblici e privati ammonterà fino a 60 miliardi di euro, ed è previsto che inizierà dal 2016”
La banca è molto al di sotto del suo obiettivo di inflazione del 2 percento ed è caduta in zona negativa, a Dicembre, dello -0,2 percento. Il valore dell’euro è sceso rispetto al dollaro ed ha raggiunto il minimo in 11 anni contro il biglietto verde. Al momento della decisione l’euro era scambiato a 1.16, non lontano da 1.17, quando fece il suo debutto nel 1999, l’anno in cui la moneta unica fu formata.
 La Germania, la più grande economia del blocco, ha protestato con forza il piano, ed ha sfidato la legalità del programma.
L’eurozona dei 19 seguirebbe così i passi di US, UK, e Giappone, che hanno creato nuova moneta per tenere a galla le loro economie durante le crisi. Il programma degli Stati Uniti ha creato, in totale, $4.5 trilioni di buoni governativi.
Appena dopo l’annuncio, la Banca Nazionale Svizzera, ha abbandonato l’aggancio all’euro, poiché il programma QE svaluterà ulteriormente il valore dell’euro e il Franco Svizzero di conseguenza.
La “facilitazione quantitativa”, QE, è stata largamente criticata per non portare effetti reali al popolo ordinario poiché la moneta gira nel mercato dei bond e non nel potere di spesa della gente.

Il prossimo ostacolo per l’eurozona è la Grecia, dove il partito di sinistra SYRIZA è pronto a prendere il controllo della fragile economia che non ha visto un miglioramento significativo sotto il programma di salvataggio dell’EU. Durante la campagna elettorale i capi di SYRIZA hanno promesso di ri-negoziare i termini dell’austerità nel quale il paese è stato forzato ad entrare. Gli analisti sono allarmati circa gli effetti politici ed economici del continente se dovesse esserci un’uscita, “Grexit” dall’euro.



Osservazioni del traduttore:
In base alla sequenza degli avvenimenti, quel doveva accadere sta effettivamente iniziando ad accadere, cioè, il disfacimento dell’eurozona. Se effettivamente Draghi non viene fermato prima e il suo QE va in porto la Germania (la vera perdente) farà fuoco e fiamme per bloccarlo. Potrebbe considerare anche la sua uscita dall’eurozona (auspicata da molti) e mettersi sulla scia del Franco Svizzero. La svalutazione prevista li tocca pesantemente nel portafoglio, poiché avverrebbe una riduzione generale dei crediti che essa ha accumulato verso TUTTI gli altri stati della EU. Per noi italiani sarebbe un bene (a mio personale avviso) perché con un’eventuale ritorno alla nostra moneta sovrana, potremmo giocare qualche carta in più, malgrado il periodo di magra che ci aspetterebbe. Gli aggiustamenti valutari non sono mai stati situazioni insuperabili. Il mercato si riaggiusta sempre e comunque. Un investitore parte con il pensiero di un “super guadagno”, ma quando deve scendere a patti, perché il debitore non può pagare, si accontenta, ricavandone un “semplice guadagno”. 



Tradotto da Fortunato di Alternativa Nord-Ovest  per www.cultureweapon.blogspot.it

giovedì 22 gennaio 2015

Giulietto Chiesa torna in Estonia

Giulietto Chiesa torna in Estonia il prossimo 23 Gennaio. Espulso il 15 dicembre dopo essere stato "fermato" dalla polizia estone, sotto accusa di essere "illegalmente sul territorio della Repubblica" in base a un decreto che non era stato reso pubblico.
Chiesa tornerà a Tallinn per tenervi una conferenza sullo stesso tema di quella che gli fu impedito di fare.
La sua espulsione aveva un termine di validità, scaduto il 13 gennaio 2015. Chiesa aveva dunque dichiarato che, scaduto il termine, avrebbe cercato di ritornare da dove era stato cacciato in violazione delle norme europee che consentono la piena e libera circolazione di un cittadino europeo sul territorio europeo. Ha pertanto accettato un nuovo invito, giuntogli dalla stessa associazione culturale, "Impressum" , che lo aveva invitato la volta precedente.
L'ex parlamentare europeo e noto giornalista italiano era stato successivamente definito - in una serie di comunicati del Ministero degli Interni estone che tentavano di spiegare i motivi della sua espulsione e carcerazione - volta a volta un "pericolo per la sicurezza nazionale dell'Estonia", oppure un "sostenitore e giustificatore del genocidio del popolo di Estonia".
Per questa seconda, infamante accusa, Giulietto Chiesa aveva annunciato che avrebbe chiamato il governo estone a rispondere dell'accusa di calunnia e diffamazione sia davanti a un tribunale estone, sia in sedi internazionali.
Il suo ritorno in Estonia avviene, tuttavia, dopo che Chiesa ha potuto raccogliere sufficienti elementi di giudizio per poter concludere che il Governo di Estonia non farà alcun gesto per impedirgli di entrare nel paese, e di restarvi nel rispetto delle sue leggi.
"Ritengo - ha dichiarato Chiesa - che, se così sarà, si tratterà di un gesto distensivo nei miei confronti ma anche un segno di rispetto verso le leggi europee. Cose entrambe che valuto molto positivamente". E ha aggiunto che "la mia presunta pericolosità nei confronti dello Stato Estone è cessata formalmente il 13 gennaio del 2015. E, poiché un tale giudizio era basato esclusivamente sulle mie opinioni, ne traggo la convinzione che le mie opinioni non sono più considerate oggi minacciose nei confronti dello Stato e del popolo estone, sebbene siano, nel frattempo, rimaste invariate".
Giulietto Chiesa sarà accompagnato, nel suo ritorno in Estonia, dalla senatrice Paola De Pin, che ha voluto manifestargli in questo modo la sua solidarietà e, al tempo stesso, testimoniare la validità dei principi di rispetto dei diritti umani in tutto lo spazio europeo.
 

martedì 20 gennaio 2015

IL GRANDE VINCITORE DI TUTTO IL GAS RUSSO E’ SOLO LA GRECIA

Questa è la situazione. Il South Stream è ormai andato. Spiacente, Bulgaria, questo è quello che ricevi nel dare fiducia a Bruxelles.

Adesso abbiamo il Turk Stream, dice il direttore della Gazprom Alexei Miller, avvisando ufficialmente l’Europa (ed io parafrasando)…” tutto il gas per l’Europa passerà attraverso la Turchia.
Senza parafrasare…”ora dipende da loro costruire le infrastrutture necessarie partendo dal confine Turco-Greco

Il grande perdente…l’Europa naturalmente. Se l’Europa vuole il gas, devono contrattare con Turchia e Grecia.
Nel 2013, l’Europa ha avuto gas a buon prezzo pronto per essere trasferito direttamente sulle coste dell’EU, nessuna quota per il transito…pieno controllo del loro futuro energetico per il tempo a venire. Ora è tutto saltato
Se lo meritano. Che sia di lezione a tutti quei ragazzi la fuori…quando sei senza spina dorsale, corrotto, “un pupo del si”, questo è quello che succede.
E tutto per cosa? Per un’Ucraina con un parlamento messo su da neo-fascisti, industrie guidate da oligarchi corrotti ed un primo ministro che attualmente crede che la più grande tragedia del 20° secolo è avvenuta quando l’Unione Sovietica sconfisse le forze di Hitler.

 Il blog del Saker lo condensa piacevolmente:

 l’Unione Europea ha perso tutto e così come l’Ucraina. Tenete a mente che l’UE non ha altre opzioni che comprare il gas russo dalla Turchia mentre la Russia può semplicemente fare a meno delle esportazione di gas verso l’Europa poiché la Cina ha già firmato un contratto che copre esattamente lo stesso ammontare di gas ed anche di più.

Vediamo adesso come le élite europee infinitamente corrotte, arroganti, irresponsabilmente criminali, faranno fronte ad un’agricoltura soffocata da un inutile surplus di merci, una società che istiga la guerra ideologica verso 1.6 miliardi di musulmani ed ora senza energia.

Il sommario di cui sopra ci porta un altro grande perdente, l’Ucraina.

Prima del colpo di stato di Maidan, l’Ucraina (anche se sommersa da problemi) era una integra, funzionale e pacifica nazione.
Ora, un anno dopo, l’Ucraina ha una guerra civile nell’Est, un’economia in bancarotta che mendica aiuti, un governo condotto da forestieri e da un ex funzionario degli Stati Uniti, una Rada piena di equivoci nazisti signori supremi, un battaglione Azov guidato da brutale oligarca Kolomoisky, una Crimea ritornata alla Russia, un servizio di sicurezza guidato dalla CIA, e così tanti altri problemi che mi ci vorrebbero 10 pagine per metterli in lista tutti.
E cosa aspetta all’Ucraina nel futuro? Forse l’austerità distruttrice dell’UE che farà sembrare simile ad un picnic quello a cui la Grecia è andata incontro… e senza gas. L’Ucraina è stata ufficialmente buttata fuori dai giochi sul gas.
Bye-bye diritto di transito. Ci vediamo, autorità. Le condotte diventeranno ruggine e decadranno. Si può chiamare uno stato fallito.
 Grande vincitore…Turchia. Dopo che  la richiesta di far parte dell’UE è stata rimandata per 30 anni, voi siete diventati adesso l’unico punto di rifornimento di gas per l’Europa del Sud. La Turchia è ora il sindaco della città del baratto e l’Europa dovrà pagare.

Grandissima vincitrice…la Grecia. Con le elezioni che si profilano in meno di due settimane, il nuovo governo Greco può finalmente uscire dall’eurozona e dire agli avvoltoi dell’UE di infilarselo,.. sapete dove.

Come richiederlo? Bene, è realmente semplice. Il nuovo governo Greco, che sarà molto probabilmente il partito di sinistra SYRIZA, ha solo bisogno di legarsi con la Turchia attraverso la mediazione russa. La dichiarazione del direttore di Gazprom è cristallina:
“Ora dipende da loro piazzare le infrastrutture necessarie partendo dai confini Turchia-Grecia”
Enfasi dai confini Turchia-Grecia.
La Grecia ha bisogno di lavorare con la Turchia (per quanto possa essere dura da ingoiare) per stabilire un bel corridoio di energia. La città del baratto si ingrandisce.
Addio bei tempi dei diritti di transito. Addio sviluppo delle infrastrutture. Addio lavoro. Addio a tonnellate di investimenti.
La Grecia sarà aperta agli affari, pronta a vendere fresco gas russo, caldo di tubazione, fornito direttamente dalla Turchia, a tutti i suoi vicini, Balcani, Italiani, Austriaci, Ungheresi. Tutti compreranno come pazzi.

Che importa se la Grecia è nell’Eurozona o no…diventa irrilevante. La Grecia è ora nella zone energetica e l’Europa fornirà i fondi per la crescita della Grecia con denaro sonante per il tempo a venire.
Tutto quello che la Grecia deve fare è quello di prendere il toro per le corna…muoviti Hellas. Non, ripeto, non, iniziare a consultarti con Bruxelles come ha fatto la Bulgaria. La UE affosserà l’intero progetto tra montagne di carte e ritardi da bambini.
Vai verso la Turchia, vai verso la Russia…comincia a costruire il gasdotto che unirà la Turchia alla Grecia nella frontiera occidentale. Siediti e vedi come ci si sente, dopo otto lunghissimi anni di punizioni, a controllare il proprio destino. L’Europa non avrà altra scelta che comprare energia dalla Grecia…sarà una vittoria da leccarsi i baffi.
 

This article also appeared at Red Pill Times 
Articolo Originale di Alex Christoforou tratto da Russia Insider


Tradotto da Fortunato di Alternativa Nord-Ovest  per www.cultureweapon.blogspot.it

5 ragioni per cui il 2014 è stato un anno di svolta in Palestina – Ramzy Baroud gennaio 2015 The Palestine Chronique

- Basta Guerre - Il resto del mondo - Palestina - FABIONEWS

In termini di perdite di vite umane, il 2014 è stato un anno terribile per i palestinesi, avendo superato gli orrori sia del 2008 che del 2009, quando una guerra israeliana contro la Striscia di Gaza ha ucciso e ferito migliaia .

Mentre alcuni aspetti del conflitto sono bloccati tra un’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) corrotta e inefficiente e il comportamento criminale delle guerre e dell’occupazione israeliane, bisogna essere onesti e sostenere che il 2014 è stato anche un anno di svolta a un certo livello, e che non si tratta solo di cattive notizie.
Al contrario, il 2014 è stato un anno di chiarezza per chi vuole capire la realtà del “conflitto israelo-palestinese”, ma era sinceramente confuso dalle contrastanti narrative. Ecco qui alcune ragioni che sostengono la tesi che le cose stanno cambiando.
1. Un tipo diverso di unità palestinese
Nonostante ad aprile i due principali partiti palestinesi, Hamas e Fatah, abbiano raggiunto un accordo per un governo di unità, poco è cambiato in concreto. Sì, in giugno è stato formato ufficialmente un governo, e ha tenuto il suo primo incontro ad ottobre. Ma Gaza è ancora governata di fatto da Hamas, che in larga misura è stato lasciato da solo per gestire le questioni della Striscia dopo la guerra israeliana di luglio-agosto. Forse l’autorità di Mahmoud Abbas sta sperando che le massicce distruzioni indeboliscano Hamas e lo portino a sottomettersi politicamente, soprattutto se l’Egitto continuerà a tenere ermeticamente chiuso il confine di Rafah.
Ma mentre le fazioni non riescono a stare unite, la guerra israeliana contro Gaza ha ispirato un nuovo slancio alla lotta in Cisgiordania. I piani israeliani di colpire i luoghi sacri a Gerusalemme, soprattutto la moschea di Al-Aqsa, insieme alla profonda angoscia provata dalla maggior parte dei palestinesi per i massacri perpetrati da Israele a Gaza, si sono lentamente riflessi in un’ondata di piccole rivolte. Qualcuno supponeva che la situazione forse avrebbe portato a una massiccia Intifada che avrebbe travolto tutti i territori. Che una terza Intifada si scateni o meno nel 2015, è un’altra questione. Quello che importa è che il piano a lungo orchestrato per dividere i palestinesi si è disgregato e una nuova narrazione collettiva di una lotta comune contro l’occupazione ha finalmente preso forma.
2. Un nuovo modello di resistenza
Il dibattito riguardo a quale tipo di resistenza dovrebbero o non dovrebbero adottare i palestinesi è stato messo da parte e risolto, non dai donatori internazionali, ma dagli stessi palestinesi. Hanno scelto di adottare qualunque forma di resistenza efficace a loro disposizione che possa scoraggiare gli attacchi militari israeliani, come i gruppi della resistenza hanno attivamente fatto a Gaza. Benché l’ultima guerra israeliana contro Gaza abbia ucciso 2.200 palestinesi e ferito oltre 11.000, in grande maggioranza civili, non è tuttavia riuscita a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi dichiarati o impliciti. E’ un altro richiamo al fatto che la pura e semplice forza militare non è più il fattore principale del comportamento di Israele nei confronti dei palestinesi. Mentre Israele brutalizzava i civili, la resistenza ha ucciso 70 israeliani, più di 60 dei qua li militari; questo è stato anche un importante passo che testimonia della maturità della resistenza palestinese, che ha prima colpito i civili durante la seconda Intifada e ha avuto come conseguenza più disperazione piuttosto che una strategia vincente. La legittimazione della resistenza ha raggiunto un tale livello da riflettersi nella recente decisione della Corte Europea di togliere Hamas dalla sua lista di organizzazioni terroristiche.
La resistenza in Cisgiordania ha preso altre forme. Anche se deve ancora maturare in una persistente campagna di attività contro l’occupazione, sembra si sia formata un’identità sua propria che prende in considerazione quello che è possibile e quello che è efficace. Il fatto è che il dibattito sui modi di resistere “uguali per tutti” sta diventando meno importante, lasciando il posto a un approccio organico di resistenza concepito dagli stessi palestinesi.
3. Il BDS rende normale il dibattito sui crimini israeliani
Un’altra forma di resistenza è cristallizzata dal movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) che continua a crescere, raccogliendo forza, sostenitori e continui successi. Non solo il 2014 è stato un anno in cui il BDS è riuscito a guadagnarsi l’appoggio di molte organizzazioni della società civile, di accademici, scienziati, celebrità e a raggiungere persone di ogni estrazione sociale, ha fatto qualcos’altro che è altrettanto importante: ha reso normale il dibattito su Israele in molti circoli in giro per il mondo. Mentre nel passato ogni critica nei confronti di Israele era considerato un tabù, ciò è stato definitivamente superato. Porre la questione della moralità e della praticabilità del boicottaggio di Israele non è più un argomento terrorizzante, ma è aperto al dibattito in num erose sedi mediatiche, università e in altri contesti.
Il 2014 è stato un anno che ha reso la discussione sul boicottaggio di Israele più popolare che mai. Anche se una massa critica deve ancora essere raggiunta negli USA, lo slancio è in continua crescita grazie agli studenti, a uomini e donne di chiesa, personaggi famosi e gente comune. In Europa il movimento ha riscosso un notevole successo.
4. I parlamenti sentono il fiato sul collo
Mentre tradizionalmente buona parte dell’emisfero sud ha offerto appoggio incondizionato ai palestinesi, l’Occidente si è schierato in modo arrogante con Israele. In seguito agli accordi di Oslo, si è sviluppata una sconcertante posizione europea, per cui hanno civettato con l’idea di trovare un “equilibrio” tra la nazione occupata e quella occupante. Ogni tanto l’Unione Europea (UE) ha criticato timidamente l’occupazione israeliana, mentre continuava ad essere uno dei principali partner commerciali di Israele, fornendo armi all’esercito israeliano, che poi le ha usate per perpetrare crimini di guerra contro Gaza e mantenere l’occupazione militare in Cisgiordania.
Questa politica immorale è stata messa in discussione da cittadini di vari Paesi europei. La guerra estiva di Israele contro Gaza ha messo in luce come non mai le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra di Israele, svelando nel frattempo l’ipocrisia dell’UE. Per ridurre almeno in parte la pressione, alcuni Paesi europei sembrano aver preso posizioni più nette contro Israele, rivedendo la loro cooperazione militare e mettendo in discussione in modo più deciso le politiche di destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. E’ seguita una serie di voti parlamentari, con schiaccianti maggioranze per riconoscere la Palestina come Stato. Benché queste decisioni rimangano largamente simboliche, rappresentano un evidente cambiamento nell’atteggiamento dell’UE nei confronti di Israele. Netanyahu continua a rimproverare l’ “ipocrisia& rdquo; europea, rassicurato forse dall’appoggio incondizionato di Washington. Ma con gli USA che stanno perdendo il controllo sul burrascoso Medio Oriente, il primo ministro israeliano potrebbe essere presto costretto a rivedere il suo atteggiamento ostinato.
5. La democrazia di Israele messa a rischio
Per decenni Israele si è autodefinito come uno Stato sia democratico che ebreo. L’obiettivo era chiaro: mantenere la superiorità degli ebrei sui palestinesi arabi, mentre continuava a presentarsi come una moderna democrazia “occidentale” – di fatto, ” l’unica democrazia del Medio Oriente”. Mentre i palestinesi e molti altri non hanno mai creduto alla farsa della democrazia, molti hanno accettato la dicotomia con qualche piccola riserva.
Benché Israele non abbia una costituzione, ha invece un “codice”, chiamato “Legge fondamentale”. Poiché non esiste un equivalente israeliano dell’ “emendamento costituzionale”, il governo di Netanyahu sta spingendo per una nuova legge nel parlamento israeliano, la Knesset. Questa fondamentalmente propone nuovi principi con i quali Israele definirà se stesso. Uno di questi principi definirà Israele come “lo Stato nazionale del popolo ebraico”, facendo in questo modo di tutti i cittadini non ebrei dei cittadini di serie B. Anche se in pratica i cittadini palestinesi di Israele sono stati emarginati e discriminati in vari modi, la nuova legge fondamentale sarà una conferma a livello costituzionale della loro inferiorità stabilita dallo Stato. Il paradigma ebreo e democratico sta morendo una volta per tutte, mettendo in ev idenza la realtà di Israele per quella che è.
ll prossimo anno
Sicuramente il 2015 ci porterà molto delle solite cose: l’ANP lotterà per la sua stessa esistenza, e cercherà di mantenere i propri privilegi, concessi da Israele, dagli USA e da altri, utilizzando ogni mezzo disponibile; Israele continuerà ad essere sostenuto da fondi, appoggio incondizionato e sostegno militare americani. Sì, il prossimo anno si dimostrerà familiare in modo frustrante da questo punto di vista. Ma è improbabile che il nuovo, concreto e contrario slancio cessi, sfidando e mettendo in evidenza da un lato l’occupazione israeliana, dall’altro aggirando l’inefficace Autorità Nazionale Palestinese, che serve solo a se stessa.
Il 2014 è stato un anno molto penoso per la Palestina, ma anche un anno nel quale la resistenza collettiva del popolo palestinese e dei suoi sostenitori ha dimostrato di essere troppo forte per essere piegata o spezzata. E in questo ci può essere un grande conforto.
- Ramzy Baroud è un editorialista noto a livello internazionale, un consulente dei mezzi di comunicazione, uno scrittore e il fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era n combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza” (Pluto Press, London).
(Traduzione di Amedeo Rossi)

mercoledì 14 gennaio 2015

Accordo USA – Cina: Fava lancia l’allarme sulle Dop casearie dell’UE


Beccata l'America ad assicurarsi il futuro mercato dei suoi prodotti  in Cina, nazione con la popolazione più alta... Devono assicurarselo con questo contratto perchè se i Cinesi fossero liberi di scegliere e se il mercato non fosse truccato da questi trattati, secondo voi sceglierebbero Parmesan o Parmigiano?



(AGENPARL) – Milano, 05 gen – “Mentre del Ttip, l’accordo transatlantico di libero scambio fra Unione europea e Stati Uniti, nulla si sa, apprendiamo con sgomento che il dialogo fra Usa e Cina sta portando ad un accordo che mira a tutelare le produzioni statunitense di Feta, Parmesan, Asiago, Muenster a discapito dei veri prodotti caseari Dop”.
A lanciare l’allarme è l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Gianni Fava, che sollecita il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, il relatore permanente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo sul Ttip, Paolo De Castro, e il commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan, a prendere una posizione netta sul tema.
“Il 2015 è un anno cruciale per il comparto lattiero caseario lombardo ed europeo – prosegue Fava – e gli allevatori non possono affrontare incognite come la fine del regime delle quote latte, prezzi in altalena non tutelati da specifiche misure assicurative, la chiusura delle frontiere con la Russia e la mancanza di protezione delle Dop nel contesto internazionale, con l’aggravante di un’intesa sino-americana che blinda il paradosso di un riconoscimento dei nomi statunitensi di quelle che in realtà sono le grandi Dop comunitarie”.
Accanto alle questioni internazionali, si aggiungono le incognite interne. “Mi chiedo – dice l’assessore lombardo Fava – quale effetto sortirà il Fondo Latte Qualità di 110 milioni di euro per il triennio 2015-2017, annunciato dall’amico ministro Maurizio Martina, se poi in Cina il sistema lattiero caseario del Nord dovrà competere con il Parmesan e l’Asiago prodotto negli Stati Uniti e, a questo punto, persino più tutelato del vero Made in Italy”.
Dato lo scenario, Fava chiede un incontro con l’europarlamentare Paolo De Castro, “per conoscere lo stato dell’arte dell’accordo di libero scambio Ue-Usa e constatare quali tutele sono assicurate alle produzioni Dop e Igp comunitarie”.

martedì 13 gennaio 2015

LE BUONE RELAZIONI CON LA RUSSIA SONO UNA NECESSITA’ ECONOMICA PER LA TURCHIA.


-Essa non può permettersi la condanna della Crimea o le sanzioni, né evitare Mosca
per l’appoggio all’opposizione Siriana.



La visita del presidente russo Putin in Turchia è avvenuta nell’arco di una settimana dalla
partenza di Biden, nel contesto di una Turchia che minimizza le sue critiche a Putin sulla
Crimea e sull’Ucraina.
Tale risposta è davvero stupefacente, in particolare perché “l’integrità territoriale” è
stata per lungo tempo un principio sacrosanto nella cultura politica della Turchia. I
cittadini turchi sono stati a lungo messi in guardia da complotti contro l’unità e l’integrità
territoriale del Paese.
Il suo silenzio è ancora più sconcertante se si considera che vi sono larghe minorità di
Tatari in Crimea con stretti legami etnici, storici e religiosi con la Turchia.
Molto più vistosamente, in Siria, la Russia e la Turchia hanno politiche diametralmente
opposte; Putin è stato irriducibile nel sostenere al-Assad mentre Erdogan ne è stato un
feroce oppositore, e considera ogni tentativo di compromesso una slealtà.
Il silenzio della Turchia sulla Crimea è dovuto, probabilmente in buona parte, alla sua
massiccia dipendenza dall’energia russa, specialmente dal gas naturale. Le prospettive del
gas russo, unite alla sua capacità di interrompere il flusso di gas e petrolio attraverso il
Caucaso del Sud, chiaramente pesa molto sulle posizioni della Turchia verso la Russia.
Inoltre, la Turchia ha un enorme deficit nel bilancio commerciale verso la Russia, e può
bilanciarlo parzialmente con le entrate del turismo russo e con le società che fanno affari
in Russia. Quindi, mantenere buone relazioni con la Russia è diventato un sine qua non
economico per la Turchia.
C’è ancora molto da dire circa lo stile di direzione di Putin e la retorica anti-occidentale,
che lo rende caro ad Erdogan e, in certa misura, all’opinione pubblica turca. Una
affascinante dimostrazione è venuta da un precedente incontro tra i due leader a S.
Pietroburgo nel Novembre 2013. Durante una conferenza stampa, in risposta ad un
commento di Putin, Erdogan disse che “la Turchia aveva una grande esperienza nei
colloqui con la UE”:
“Avete ragione. Cinquant’anni di esperienza non sono robetta. Accoglieteci
nell’Organizzazione di Shangai e salvateci da questo guaio”.
Chiaramente, Putin è stato furbo nell’ utilizzare le rimostranze turche. Per esempio, in
seguito alle recenti sanzioni economiche dell’Unione Europea alla Russia, Putin ha offerto
ad Erdogan la possibilità di aumentare le esportazioni verso la Russia, permettendogli di
mitigare l’impatto delle sanzioni sui beni di consumo, mentre in simultanea stuzzicava
l’appetito degli affaristi turchi che hanno perso mercato nel Medio Oriente.
Il tutto accompagnato dalla promessa di rimpiazzare il progetto del gasdotto South Stream,
cancellato, con un progetto alternativo per portare gas all’Europa attraverso la Turchia.
Come si può notare, Putin cerca di attirare la Turchia fuori dall’occidente e di
incrementarne la dipendenza dalla Russia.


Kemal Kirisci  (The National Interest) per Russia Insider
(This is an excerpt from an article that originally appeared in The National Interest)

giovedì 8 gennaio 2015

Maltempo, in migliaia fuggono da Gaza, Gerusalemme coperta di neve e isolata

SE GLI UOMINI NON CAPISCONO CI PENSA LA NATURA A FERMARLI.

 

 

In Libano e Giordania due milioni di profughi siriani al gelo nelle tende.
Migliaia di palestinesi in fuga dalla costa a Gaza, i campi profughi siriani assediati dalla neve in Libano e Giordania, Gerusalemme e Safed isolate via terra, diecimila famiglie israeliane senza elettricità: è Huda che si abbatte sul Medio Oriente con venti da 110 chilometri orari che spingono forti piogge e pesanti nevicate.



Sfollati a rischio
La situazione di maggiore emergenza è nella Striscia di Gaza dove migliaia di famiglie hanno lasciato le case lungo la costa nel timore di inondazioni per l’assenza di qualsiasi tipo di argini. Fuga anche dal quartiere di Al-Nafaq, a Gaza City, dove i liquami delle fognature hanno invaso le strade. Nel complesso a Gaza sono ancora circa 100 mila gli sfollati a seguito del conflitto estivo fra Hamas ed Israele, e sono i più esposti a venti, pioggia e neve. Per ragioni analoghe in Libano e Giordania sono oltre 2 milioni di rifugiati siriani a soffrire di più. La Valle della Bekaa è coperta da oltre 30 cm di neve con i campi profughi in affanno. Fonti Onu parlano di squadre di intervento, formate dentro i campi, per togliere la neve dalle tende, scongiurando crolli.
Ninette Kelley, portavoce dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, ammette l’affanno in Libano: «Dobbiamo soccorrere 1700 località dove si trovano 1,1 milioni di profughi e siamo in difficoltà».

In Siria
Nell’area di confine di Shebaa, il maltempo ha causato la morte di quattro profughi siriani, incluso un bambino di 6 anni. Il governo Assad ha ordinato la chiusura a tempo indeterminato dei due maggiori porti - a Tartus e Latakia - per proteggere strutture e imbarcazioni da onde alte fino a 12 metri.
Città Santa imbiancata
In Israele sono oltre 10 mila le famiglie rimaste senza elettricità: le zone più colpite sono nel Nord, Safed e la Galilea per l’impatto di neve e ghiaccio ma anche nelle città lungo la costa, come Netanya, Herzliya, Ra’anana e Rishon Lezion, dove i livelli molto alti di consumo hanno causato black out a ripetizione. Le autorità hanno bloccato ogni strada che porta a Safed, come anche a Gerusalemme, per scongiurare incidenti.

Gelo in Arabia Saudita
La Città Santa è coperta da una coltre di neve ed aspetta ulteriori precipitazioni: i trattori spazzaneve puliscono le maggiori arterie ma gran parte della circolazione è bloccata, con gli abitanti rintanati nelle case per ascoltare le istruzioni via radio del governo. Oltre mille soldati sono schierati attorno al perimetro urbano per interventi di emergenza. Dentro la Città Vecchia i vicoli sono deserti ma nei luoghi di preghiera sono pieni: moschee, chiese, sinagoghe ed anche il Muro del Pianto sono affollati da fedeli in raccoglimento, giunti a dispetto delle intemperie.

I primi morti
Le prime vittime di Huda sono un bimbo palestinese di 8 mesi, morto in un campo profughi di Tulkarem per l’esplosione di una stufa, e un ragazzo israeliano di 13 anni, travolto in un incidente stradale fuori Gerusalemme che ha causato anche 13 feriti.
L’allarme meteo arriva fino in Arabia Saudita perché nelle regioni settentrionali le temperature sotto lo zero accompagnate dai forti venti fanno temere tempeste di sabbia.

"LA STAMPA" del 8 GENNAIO 2015 - Maurizio Molinari

mercoledì 7 gennaio 2015

Se hanno arrestato Giulietto allora le sue tesi sono corrette!

Aggiornamenti:

G. Chiesa: Denuncerò per calunnia e diffamazione il Governo di Estonia

 

Ringraziamo il governo estone per averci dato le conferme!


Ciao a tutti,
 come forse già sapete il giorno 17/12/2014 il Presidente di Alternativa Giulietto Chiesa è stato arrestato in Estonia prima che potesse sostenere la conferenza già programmata  dal titolo "La Russia è nemica dell'Europa?".
In fondo vi lascio il materiale per informarsi sui particolari dell’accaduto, in ogni caso ci troviamo davanti ad un vero e proprio sopruso da parte di un paese che fa parte dell’UE, che si vanta di essere un’organizzazione di pace e di democrazia.

Non dobbiamo dimenticare questo episodio o lasciarlo passare in sordina per vari motivi: il primo è che ci hanno dato la conferma che Giulietto è sulla strada giusta e che le sue tesi sono più che plausibili, il secondo è che un pause dell’UE ha impedito con l’arresto ad un suo cittadino di parlare, creando un precedente per tutti gli stati membri che si sentiranno autorizzati a fare la stessa cosa per tacciare qualcuno di scomodo.


Non dimentichiamo perché Giulietto, allo scadere dei giorni di espulsione tornerà in Estonia e noi dovremmo essere pronti e vigili.


Inviato tutti a contattare il Ministro dell’Interno estone on. KEN MARTI VAHER all’indirizzo mail info@moi.ee per chiedere spiegazioni, o semplicemente fargli sapere che sappiamo e che reagiamo.

Inutile dirvi che è un nostro diritto conoscere le motivazioni dell'arresto di Giulietto, facciamogli sapere che non ci siamo accontentati delle loro vaghe risposte e che vogliamo chiarezza: c’era un mandato di arresto già in atto ancora prima del suo arrivo? Se sì, vogliamo vederlo e vogliamo anche vedere le motivazioni del suo arresto su un documento autenticato dal Ministero dell'Interno, altrimenti potremmo considerarlo un sopruso, o peggio ancora un avvertimento.

Io vi lascio le mail che abbiamo scritto al Ministro estone, sperando che anche voi troviate qualche minuto per fare altrettanto.

Alla cortese attenzione del Sig. KEN MARTI VAHER
Buonasera,
Voglio esprimervi riprovazione per i vergognosi atti di arresto ed espulsione avvenuti in Estonia, paese membro della UE, contro il giornalista e scrittore italiano, già europarlamentare, Giulietto Chiesa.
A distanza di qualche settimana dagli eventi, ancora nessuna chiarezza è stata ufficialmente fatta dalle Autorità estoni sulle motivazioni e mancano i documenti autenticati da parte del vostro Ministero degli Interni.
Alla viva protesta si aggiunge l'auspicio che tale atti lesivi del diritto e della cultura europea non possano mai più ripetersi in futuro.
Cristina Palma, cittadina italiana

As an italian citizen, I feel outraged by the unjustified imprisonment, and later expulsion, of Mr. Giulietto Chiesa, journalist and former MEP, occured in Estonia a couple of weeks ago.
As a european citizen, I think I have the right to ask you a formal justification of an act reminding very dark times of our continent history, surely far away from democratic usual procedures.
Marco Martini


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Perle ai pirla
 Caso Estonia/Giulietto. Il messaggio di Pepe Escobar.

Cristina Palma